Rassegna video – “Silence and rituals”

18 settembre 2018 – 24 Gennaio 2019

18 settembre 2018 – 24 Gennaio 2019

Secondo appuntamento con la rassegna video ideata da Beatrice Bulgari per In Between Art Film, a cura di Paola Ugolini, per la Sala Cinema del Museo Novecento. Silence and rituals, questo il titolo della rassegna in programma dal 18 settembre al 24 Gennaio 2019, vuole mostrare, attraverso il lavoro di dodici artisti internazionali, quella magica sospensione di suono e di tempo che spesso precede e accompagna le cerimonie e i riti sia laici che religiosi. Il silenzio, fisico e mentale, è la meditativa colonna sonora di tutte le opere presentate in questo progetto per il quale sono stati volutamente selezionati dei lavori che, pur con profondi significati politici e sociali, privilegiassero un approccio visivo esteticamente lirico e poetico. Gli artisti selezionati sono: Sigalit Landau, Masbedo, Hans Op de Beeck, Adrian Paci, Vanessa Beecroft, Regina José Galindo, Janis Rafa, Mircea Cantor e Democracia.

Esperienza irrinunciabile per un museo di arte moderna e contemporanea, l’aggiornamento sulla produzione di video e film d’artista può e deve naturalmente ormai convivere con l’ammirazione per la pittura del Novecento – spiega Sergio RisalitiIn questo senso il progetto di collaborazione biennale con Beatrice Bulgari, in qualità di collezionista e mecenate, risulta essere complementare alla presenza in loco della Collezione permanente della Raccolta Alberto della Ragione”.

L’artista israeliana Sigalit Landau (Gerusalemme, 1969) nelle sue opere mette in scena delle narrazioni che documentano, presuppongono o prefigurano un’azione. Quello che l’artista vuole realizzare, con un approccio multimediale, è un mondo poetico capace di creare “nuove realtà emotive” che possano avere una presa diretta sulla vita con le sue profonde e spesso dolorose contraddizioni. La desolata bellezza del Mar Morto è da quindici anni il suo luogo del cuore, perché “…credo che questo sia il luogo dove verità e spiritualità diventano realtà quasi tangibili..”. Nel video Salt Lake (2011) un paio di scarponi da lavoro ricoperti di sale del Mar Morto cristallizzato dal gelo sprofondano lentamente sulla superficie ghiacciata di un lago dell’Europa Centrale, un’immagine di desolata solitudine, struggente e potente nella sua tragica semplicità che ci mostra tutta la sofferenza e il dolore dello sradicamento, del peso della memoria e della Storia. È probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti dell’arte israeliana contemporanea, il saper mescolare tradizione e innovazione nella realizzazione di lavori impregnati di una memoria storica collettiva che invita alla riflessione, pur non scadendo mai nella banale ovvietà del citazionismo.

La vicenda professionale ed esistenziale di una donna, la restauratrice milanese Pinin Brambilla Barcilon, è al centro del video Madam Pinin (2017) dei MASBEDO (Nicolò Massazza, Milano 1973, Iacopo Bedogni, Sarzana 1970) che è una profonda e allo stesso tempo delicata riflessione visiva sul concetto di bellezza, della sua caducità e della sua conservazione. Tra il 1977 e il 1999 Pinin Brambilla ha dedicato cinquantamila ore della sua vita al restauro di quel capolavoro che è il Cenacolo di Leonardo da Vinci, dipinto dal maestro fiorentino fra il 1495 e il 1498 nell’ex refettorio rinascimentale del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano. La storia di quel restauro, tra le più controverse e complesse operazioni mai realizzate nella storia di questa disciplina è raccontata dai MASBEDO in questo video che si focalizza sui dettagli di mani, viso e occhi della restauratrice che ingranditi, come attraverso una lente, diventano i protagonisti dell’opera. Il video indaga la relazione tra il mondo delle immagine e la loro conservazione, tra la creazione come forza pulsante e attiva che si oppone strenuamente al concetto di fine, di ineluttabilità temporale e la necessità della cura e della dedizione per sottrarre la bellezza all’oblio del tempo.

Il belga Hans Op de Beeck (Turnhout, 1969) nei venti ipnotici minuti del video Staging Silence (2013) mette in scena come per incanto una serie di diorami che rappresentano dei solitari scenari architettonici in bianco e nero in cui si alternano momenti di grandi lirismo a momenti quasi comici. Staging Silences è infatti principalmente basato su quegli scenari archetipici, sia urbani che naturali, che permangono nei ricordi dell’artista come fossero dei comuni denominatori visivi dei molteplici anonimi spazi pubblici di cui negli anni ha fatto esperienza. Il bianco e nero del video enfatizza questo aspetto ambiguo di oscillazione fra realtà e immaginazione e la sequenza ininterrotta degli ambienti che si trasformano l’uno nell’altro rimanda al miscuglio di immagini che costantemente si sovrappongono nella nostra mente. Il titolo è un chiaro riferimento a quei luoghi in cui lo spettatore, in assenza di altri personaggi, può proiettare sé stesso come solitario protagonista della scena. I luoghi realizzati dall’artista non sono altro che quinte teatrali animate dove ambientare possibili storie. Questi affascinanti e ipnotici scenari effimeri, realizzati con oggetti di uso comune che come per magia diventano altro da se, danno vita ad una serie di proposte visive altamente evocative che lo spettatore sperimenta nel loro divenire.

Adrian Paci (Scutari, 1969) è un artista che ha vissuto la durezza dell’Albania schiacciata dal totalitarismo del regime comunista, anche suo padre Ferdinand era un artista che purtroppo morì giovane quando Adrian aveva solo sei anni. Lo stile di Ferdinand è figurativo, con un segno realistico e quasi rude, che però non lascia trapelare il peso di ideologismi. L’arte di Adrian appartiene invece a un mondo completamente diverso, nel 1992 arriva in Italia grazie ad una borsa di studio e da questo momento nel suo fare artistico il disegnare e il dipingere diventano elementi espressivi piuttosto marginali perché la gamma dei linguaggi possibili improvvisamente si allarga enormemente includendo il video e la fotografia. Quando Adrian era un adolescente, Scutari era una città chiusa al mondo e per un ragazzo era difficile capire cosa avvenisse anche solo al di là dell’Adriatico, per questo furono preziosi i libri sui grandi artisti del passato che suo padre gli aveva lasciato perché gli insegnarono il mestiere dell’Arte attraverso le loro immagini. Nel video Interregnum (2017) l’artista, non a caso, sceglie come punto di partenza l’analisi della massa umana, conducendo lo spettatore in un percorso che dal corpo collettivo spersonalizzato che occupa i grandi spazi urbani, termina con lo studio del soggetto singolo. Il video mette insieme diversi momenti estrapolati dalle celebrazioni di funerali di dittatori comunisti di varie nazionalità, recuperati in archivi e televisioni nazionali per raccontare come il corpo politico, formato dalla molteplicità degli esseri umani, agisca in sincrono con la volontà imposta dal regime. Con la sua morte, il leader lascia il posto a un altro potente protagonista della scena pubblica, il dolore, che muove la massa irrazionalmente dolente del popolo che inconsolabile piange la morte del suo oppressore.

Nella nostra civiltà delle immagini in cui il corpo reale è diventato virtuosisticamente virtuale, Vanessa Beecroft (Genova, 1969) ha da sempre estremizzato visivamente l’algida nudità delle sue modelle sospese in quel limbo di perfezione androgina che rasenta il disturbo alimentare e la patologia. Fin dagli esordi durante gli anni milanesi da studentessa all’Accademia di Brera il suo modello morfologico è stato inarrivabile e altissimo, modelle come personaggi angelicati di Piero della Francesca o sante eteree o modelle di Vogue. Tutte icone femminili con il comune denominatore di un rapporto problematico con il cibo, elemento base dell’esistenza, la cui privazione fa sentire potenti e che nel Medio Evo avvicinava a Dio. In questa sua ultima performance VB82, girata a luglio del 2017 nei suggestivi spazi della Certosa di San Lorenzo a Padula, l’artista abbandona il corpo femminile e le sue sfaccettature psicologiche per mettere in scena un nuovo rituale mistico e cristologico. La performance, che ha coinvolto gli abitanti del borgo, si inserisce nel progetto “Il Cammino delle Certose” che prevedeun itinerario sulle tracce dei monaci e del sacro attraverso tre Certose: quella di San Martino a Napoli, di San Giacomo a Capri e di San Lorenzo a Padula.Nello spazio vuoto del refettorio di Padula 13 performers maschi di svariate età, abbigliati con una tunica bianca, hanno rievocato l’iconografia tradizionale di Cristo così come è stata interpretata dalla storia dell’arte, con volti ieratici, capelli e barbe lunghe o fanciullescamente imberbi con i tratti delicati e angelici di un Gesù bambino. All’esterno una lunga e coreografica processione di 300 persone, tutte biancovestite con dei mantelli che ricordano quelli dei monaci Certosini che abitavano il convento, hanno dato vita a una lunga scenografica processione illuminata solo dalla luce delle torce.

La guatemalteca Regina José Galindo (Città del Guatemala, 1974) tra le più importanti artiste contemporanee e performer internazionali nel suoi lavori al limite della sopportazione fisica e psicologica usa il suo corpo, fragile e spesso nudo, per denunciare la violenza contro le donne e più in generale quella sociale, politica e culturale della società contemporanea. In ogni sua opera l’artista spinge il suo corpo al limite del dolore per farsi portavoce attiva dei dimenticati e degli oppressi. Nel video della performance La Intención (2016), presentata in anteprima mondiale nella campagna salentina di Novoli, in un’atmosfera sospesa e quasi magica l’artista ha messo in scena un rituale ad alto tasso simbolico. L’artista, nonostante il freddo, rimane per lungo tempo immobile in piedi coperta solo da una sorta di saio leggero su un’ara rudimentale di pietra, che ricorda un altare sacrificale pagano, mentre viene man mano ricoperta e avvolta da centinaia di fascine che solitamente vengono utilizzate per costruire la grande pira, la focara, che ogni anno il 16 gennaio, viene incendiata in quel paese in onore di San Antonio Abate. La performance è una riflessione potente non solo sulle costrizioni che le donne, in quanto donne, subiscono ma anche una toccante rappresentazione visiva della simbiosi esistente fra natura e corpo.

L’opera di Janis Rafa (Grecia, 1984) indaga la condizione di mortalità, lutto e melanconia in relazione al mondo naturale. Le sue narrazioni sono situate ai margini della realtà urbana, in luoghi spesso inospitali e sinistri popolati da incidenti automobilistici, cani randagi, e morti che forse potevano essere evitate. La natura criptica ma universale di questi mondi cinematografici incomincia sempre con un certa dose di realismo che però spiazza perché ha molto poco in comune con la sua usuale rappresentazione. E’ una realtà sdrucciolevole che ci porta in una dimensione sospesa fra sogno e sensualità in cui I morti e I vivi, gli esseri umani e I non umani coesistono con una certa inaspettata armonia. Nel video Winter Came Early (2015) l’impatto violento di una macchina scrolla vigorosamente un mandorlo per dieci secondi, provocando la caduta prematura delle foglie. L’azione è catturata da una fotocamera ad alta velocità a 2000fps. L’opera diventa una metafora dell’intervento brutale dell’uomo sulla natura e allo stesso tempo della caducità della vita.

Mircea Cantor (Oradea,1977) nato in Romania, ma che “vive e lavora nel mondo”, è un artista che realizza opere attraverso cui, con una buona dose di humor e altrettanta visionarietà, osserva e mette in scena le rappresentazioni della nostra società contemporanea sottolineandone le profonde contraddizioni. In Funia (2017) la mano dell’artista percorre il motivo decorativo esterno, a forma di corda, di una chiesa di legno tipica della Transilvania. Il titolo Funia significa “fune” in rumeno, quello della corda è un motivo ricorrente nel lavoro di Cantor che prende appunto ispirazione dalle decorazioni tipiche degli edifici in Transilvania. La mano che percorre una di queste decorazioni sembra volerne sottolineare la materialità, a discapito della sua presenza quasi immateriale in quanto accennata solo da questo particolare. La corda, nella tradizione ortodossa, simboleggia il legame tra corpo e spirito e, legata all’architettura, il senso della comunità connesso agli edifici che la circonda.

Ser y Durar (Essere e Persistere) è il titolo del video del 2011 del duo di artisti spagnoli Democracia (Pablo España e Iván López) il cui forte interesse per temi sociali e politici è sviluppato non solo attraverso interventi artistici, ma anche attraverso produzioni editoriali e attività curatoriali.  Per realizzare questo video i Democratia hanno collaborato con un gruppo di giovani traceurs (tracciatori) chiamati a praticare la loro disciplina, il parkour, all’interno del cimitero acattolico dell’Almudena di Madrid.  Il parkour nasce in Francia negli anni Ottanta nell’ambito della subcultura delle banlieue parigine (il nome è un adattamento della parola francese parcours, “percorso”). La sfida tra i traceurs consiste nello studio dell’architettura urbana, in cui viene tracciato un percorso da eseguire con la massima precisione, eleganza e agilità, superando qualsiasi barriera architettonica con le sole possibilità date dal corpo umano. Una barriera viene percepita non come impedimento o ostacolo, ma come un elemento che può essere utilizzato per creare movimento, correndo e creando vere e proprie acrobazie, secondo un’unica regola: mai fermarsi e mai tirarsi indietro. L’azione di Ser y Durar è ambientata nel Cimitero Civile di Madrid, luogo nato nel 1884 in cui ha trovato sepoltura chi non apparteneva alla Chiesa Cattolica. Il video stabilisce una tensione tra la mobilità di questa pratica e l’immobilità della necropoli, tra gli epitaffi iscritti sulle lapidi e questa pratica culturale popolare del tutto contemporanea. Gli epitaffi (come “amore, libertà, socialismo” o “la libertà e la ragione vi renderanno più forti”) creano una narrazione che viene definita dai movimenti dei traceurs. Tuttavia, anche se la loro azione avviene in questo luogo di memoria collettiva, dotato di profondi significati simbolici, storici e politici, secondo la natura tipica del parkour, i traceurs non sono interessati a questi significati di cui rimangono, di fatto, inconsapevoli.  Per questi giovani il paesaggio urbano è considerato come una struttura senza passato, un sistema di elementi ricombinabili durante ogni nuova sessione, secondo un principio paragonabile alla cosiddetta “psicogeografia situazionista”, per cui il cittadino, invece di essere prigioniero della routine quotidiana, avrebbe dovuto vedere e vivere le situazioni urbane in un modo radicalmente nuovo. Possiamo interpretare i gruppi di parkour come una sorta di guerriglia urbana che forniscono un’esperienza critica della città, rifiutando valori e modalità spazio-temporali canoniche del mondo capitalista contemporaneo. Democracia crea una sorta di monumento in negativo: presentare una pratica critica della cultura urbana in un contesto in cui emerge la memoria di coloro che hanno fatto la storia dell’emancipazione dell’individuo, ma dove sono letteralmente sepolte molte delle aspirazioni egualitarie e rivoluzionarie della storia spagnola, e nei cui confronti la società contemporanea è ormai sempre più indifferente o inconsapevole. Da un lato, lo slogan che identifica il traceur è “essere e persistere”, dall’altro un epitaffio del cimitero recita: “non c’è nulla dopo la morte.”