Grafts – Installazioni permanenti

20 aprile 2018

In occasione del riallestimento della collezione del Museo Novecento, le opere di quattro artisti fiorentini si pongono in stretto dialogo con l’architettura rinascimentale dell’ex Ospedale delle Leopoldine. Marco Bagnoli, Paolo Masi, Maurizio Nannucci e Remo Salvadori danno vita a Grafts, un intervento non unitario ma una serie di “innesti contemporanei”, capaci di dare una nuova forma agli spazi del chiostro e del loggiato esterno. Una collezione in progress che non nasce dall’idea del Museo come deposito, ma dell’architettura e dello spazio, cioè del contenitore, come corpo vivente – spiega Risaliti.

Remo Salvadori – Nel momento

In facciata si trova installata un’opera di Remo Salvadori, posizionata tra le due finestre sovrastanti l’entrata principale, che vuole ricollegarsi ai motivi che nell’Ottocento decoravano la facciata. L’installazione, realizzata in piombo e rame, fa parte della serie “Nel momento” avviata da Salvadori a partire dagli anni Settanta e realizzata con lamine quadrangolari di metallo di dimensioni variabili elaborate tramite tagli, piegature e sollevamenti. Il quadrato, così come il cerchio, è una figura ricorrente nell’opera di Salvadori, entrambi fanno riferimento agli elementi naturali, il cerchio al cielo, alla sua vastità, il quadrato alla terra e al suo potenziale generativo. L’uso di un metallo duttile e che ben si presta alla manipolazione, ma allo stesso tempo fortemente connotato di riferimenti all’esoterismo e all’alchimia, ribadisce l’interesse dell’artista per il carattere simbolico dei materiali, delle forme geometriche e dei colori. L’inedita collocazione dell’opera sulla facciata del museo costituisce un richiamo simbolico ai motivi che decoravano fino alla fine dell’Ottocento l’Ospedale delle Leopoldine e allo stesso tempo fa sì che l’installazione dialoghi con le tarsie quadrate della facciata di Santa Maria Novella, con cui condivide oltre a delle similitudini formali, l’adesione ai principi della geometria e delle proporzioni musicali, fondamento dell’opera di Leon Battista Alberti.

Marco Bagnoli – Araba Fenice

Al centro del chiostro, a catalizzare le linee e l’energia sviluppata dal colonnato rinascimentale, si fa spazio Araba Fenice, lavoro di Marco Bagnoli. Una struttura essenziale, una sorta di ‘mongolfiera’ formata da raggi metallici che si originano da un piedistallo su cui è ritagliato il profilo dell’uccello mitologico che dà il titolo all’opera. La stessa forma della scultura, con il suo alternarsi di vuoti e fragili pieni, genera un contrappunto plastico e contemporaneamente un richiamo al colonnato del chiostro. La mongolfiera, figura ricorrente e cara a Bagnoli, costituisce una sorta di “autoritratto spirituale”, un simbolo del viaggio di elevazione dell’artista che abbandona la materia muovendosi verso l’alto, al fine di compiere un’esperienza di purificazione interiore.

Il richiamo all’Araba Fenice, figura su cui la scultura si poggia e dalla quale pare prendere avvio nel suo percorso ascenzionale, rappresenta metaforicamente la rinascita spirituale, la sapienza, la pietra filosofale e il compimento della trasmutazione alchemica che è simbolo a sua volta della rigenerazione umana.

Allestimento a cura di AdArte Srl.

Paolo Masi – Invaders

Paolo Masi dà nuova vita alle vetrate del chiostro con l’installazione di Invaders, adattamento della serie omonima creato appositamente per il museo fiorentino. I tondi in plexiglas, frutto della sovrapposizione di più strati di pellicola pittorica, inglobano segni differenziati, volti a creare un’esperienza percettiva singolare, capace di colpire l’immaginario del visitatore. La collocazione sulle vetrate del chiostro fa sì che gli elementi circolari, come una sorta di pelle aggiuntiva sull’architettura esistente, reagiscano al variare della luce nelle diverse fasi del giorno, proiettando sulle pareti del loggiato un caleidoscopico insieme di forme e segni. La pittura e il colore dimostrano così la loro proprietà di assorbire e riflettere dando vita ad un intenso gioco di geometrie e riverberi, capace di richiamare alla mente le proiezioni immaginifiche delle lanterne magiche.

L’installazione è realizzata in collaborazione con Frittelli Arte Contemporanea, allestimento a cura di Elettra Officine Grafiche.

Maurizio Nannucci – Everything might be different

Chiude il cerchio Maurizio Nannucci e la sua Everything might be different(1988), unica delle quattro installazioni a trovarsi già nel Museo fin dall’ apertura nel giugno 2014. Installata all’interno del chiostro l’opera costituisce un lavoro esemplificativo della riflessione concettuale ed estetica di Nannucci. Cambiamento non significa damnatio memoria anzi, la frase a neon nella sua apparente assertività lascia allo spettatore un ruolo attivo nel costruire il senso della stessa affermazione: “tutto potrebbe essere diverso” funge allo stesso tempo come invito dell’artista ad una riflessione sulle dinamiche esistenti nella società contemporanea, come richiamo ad un ruolo partecipativo da parte del pubblico come agente sociale e politico, così come una frase provocatoria, ironica o semplicemente enigmatica.