The Wall – 1968. Deadline

20 dicembre 2018 – 28 marzo 2019

Il passaggio tra il 2018 e il 2019 viene accompagnato, al Museo Novecento, da una riflessione sul 1968, inteso come spartiacque nella storia delle arti e della cultura contemporanea.

Il terzo appuntamento di The Wall (format espositivo che propone la sintesi e l’elaborazione visiva tipica dell’infografica sviluppato graficamente lungo una parete di 12 metri), vede un vero e proprio progetto site specific a firma di Matteo Coluccia, giovane artista in residenza artistica alla Manifattura Tabacchi di Firenze a cui hanno collaborato Sergio Risaliti e Luca Scarlini e intitolato “1968. Deadline” (20 dicembre 2018 – 28 marzo 2019). Il progetto celebra l’anno di cambiamenti e rivoluzioni, riunendo nella stessa cornice temporale – il 1968 – le morti di alcuni protagonisti dell’arte, della letteratura, della filosofia e della politica appartenenti a diverse stagioni del XX secolo. La celebrazione evoca l’anno di cambiamenti e rivoluzioni, al ritmo di icone, memorabilia, versi poetici, slogan che risuonano ancora oggi nelle celebrazioni del cinquantesimo anniversario di un anno “fatale”.

Gli eventi di quell’anno si sintetizzano in frasi topiche, che hanno fatto la storia determinando nuovi atteggiamenti intellettuali e stili di vita, forme artistiche, condizionando la dialettica politica, lo scontro tra generazioni e poteri. Tra queste celebre è “l’immaginazione al potere”, cui si può affiancare “la bellezza è nella strada”, come voleva il Maggio francese, sempre pronto a creare mode e distruggerle, nello spazio di un attimo e un istante. Eppure in quell’anno i decessi hanno segnato specialmente il mondo dell’arte: il destino ha voluto che sparissero, quasi negli stessi mesi, Lucio Fontana e Pino Pascali, Gastone Novelli e Tsugouaru Foujita, Ettore Colla e Leoncillo Leonardi, Erwin Panovsky e Enrico Brion, senza scordare Kees van Dongen e il nume tutelare di ogni avanguardia novecentesca, Marcel Duchamp, che si spegne quando oramai l’arte concettuale e i ready made erano entrati di diritto nei musei di tutto il mondo. Nel ’68 se ne vanno pure Salvatore Quasimodo, Herbert Read, Jurij Gagarin e ancora, Martin Luther King e Robert Kennedy, falciati dall’odio razzista e ideologico o da oscuri poteri.

La mostra ospita opere di autori centrali del Novecento, illustrando l’oroscopo di un anno che molto ha cambiato, e che pure molte ha ripreso, manipolato, rivisitato, adattato dalle tradizioni formali precedenti. Superata l’ideologia dell’azzeramento, fuori dell’euforia rivoluzionaria, sarà interessante vedere cosa accade miscelando i due colori, quelli della giovinezza e quello della tarda età, cosa nasce mescolando le carte d’identità, i dati anagrafici, e poi congiungendo la prospettiva di chi un secolo lo aveva alle spalle (come Kees van Dongen) e di chi invece (come Pino Pascali) lo aveva davanti, ancora tutto da percorrere.

La compagine di artisti, poeti, committenti, studiosi, teorici, è varia e ognuno di loro ha lasciato un segno nel secolo breve. E allora è opportuno porre a fianco queste figure, e capire come i segnali lanciati dal mondo dei Fauves, dall’internazionale di Montmartre degli anni ’20, fruttificassero in attitudini e comportamenti, mentre la ricerca iconologica sul Rinascimento (Erwin Panovsky) pesava nel continente quanto e forse più degli sviluppi dell’Arte Povera (Pino Pascali). Tutto all’epoca doveva essere, o almeno sembrare, spontaneo nel gesto della performance, nelle dinamiche della Body Art, nella trasformazione dell’oggetto in concetto. Eppure, oggi, tutto si rivela sempre connesso a una ricerca complessa, stratificata, spesso con fonti sorprendenti e rimandi inconsueti tra Oriente e Occidente. La mirabile Tomba Brion di Carlo Scarpa inserisce un brivido nipponico nello scenario palladiano di Altivole, rivela di colpo la consonanza di forme che sembravano lontane. In quella continua, camaleontica necessità di verifica, che un’epoca fortemente iconica portava nel suo proprio DNA, la rivelazione è quella di una contiguità e oscillazione tra generazioni diverse, tra il mondo dei “giovani”, che agivano nei templi della giovinezza, come il Piper, e i “Matusa”, che portavano nel loro nome il destino di Matusalemme, vecchione maniaco, sospeso a una difesa a oltranza della propria vita. La politica, l’eros, il costume, la smania del vintage (a Londra apre nel 1967 il profetico negozio Granny Takes a Trip e i Rolling Stones si riforniscono di completi di velluto e uniformi militari), l’eros di Valentina di Crepax, la riflessione sulla rappresentazione che si origina negli studi profondi sulla prospettiva, le feste, le parrucche, il make-up, gli abiti di plastica, la superarchitettura, il design d’assalto, sono altrettanti elementi di un momento estremamente complesso, che sempre di più sembra difficile poter riassumere solo sotto il segno della politica. Strano immaginare che la deadline coincida quell’anno sia per il giovane Pascali, forse tra i più significativi esponenti di quella vitalità artistica che cambiò la storia dell’arte in Italia, schiantatosi con la sua motocicletta e l’anziano Moses Levy, ultima memoria di un fare arte che si era forgiato in casa dei macchiaioli e dei futuristi. La “fuga nello spazio” di Gagarin porta con sé le ultime scene della vita eroica di Martin Luther King e Robert Kennedy. Anche in questo senso il 1968 è l’anno di antagonismi, fratture, tagli e scontri tra generazioni e mondi.

Un progetto site specific di
Matteo Coluccia

A cura di
Sergio Risaliti e Luca Scarlini