RITRATTI E POSE DALLA RACCOLTA ALBERTO DELLA RAGIONE

24 Luglio 2020

In un’epoca in cui la museologia deve affrontare inedite sfide metodologiche e educative, il Museo Novecento inaugura un nuovo programma espositivo volto ad ampliare e diversificare la fruizione delle proprie collezioni. Nasce così la mostra digitale Ritratti e pose dalla Raccolta Alberto Della Ragione, realizzata in collaborazione con gli studenti del Master of Arts in Museologia  (Marist College – Istituto Lorenzo De’ Medici). L’esposizione virtuale, ideata in seguito alla pandemia che ha radicalmente modificato anche il nostro modo di relazionarci all’arte, intende proporre un’originale rilettura di alcuni temi ricorrenti nella raccolta di dipinti e sculture appartenuta ad Alberto Della Ragione e donata alla città di Firenze nel 1970. Il progetto si articola attorno ad un ristretto nucleo di opere, selezionate tra i 241 capolavori collezionati con grande passione dall’ingegnere navale a partire dagli anni Trenta e da lui stesso restituiti alla collettività, con profondo senso civico, all’indomani della terribile alluvione del 1966. Oggi come ieri, l’arte ci offre la chiave per reagire in modo creativo alle difficoltà.

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La Collezione Alberto Della Ragione, ora esposta in parte al secondo piano del Museo Novecento, si caratterizza per una grande varietà stilistica e tematica, che si presta a molteplici analisi e inesauste interpretazioni. Tra i soggetti più rappresentativi troviamo i ritratti e le figure in posa. Questi motivi iconografici, al centro del nostro progetto espositivo, ci consentono non solo di conoscere meglio il gusto del collezionista, ma anche di riflettere sui diversi significati veicolati da un genere tradizionale dell’arte europea, che ha attraversato i secoli restando sempre ‘contemporaneo’.

Il ritratto può rivelare molto sulla propria identità, mettendo in discussione l’immagine di ‘sé’ e quella dell’‘altro’. Esso può essere interpretato non solo come una rappresentazione del soggetto effigiato, ma anche come una raffigurazione dell’identità dell’artista e del contesto storico-culturale in cui si è trovato ad operare. Può inoltre costituire un riflesso della personalità del committente o del collezionista e accogliere su di sé particolari proiezioni dell’osservatore.

La Collezione Alberto Della Ragione può essere considerata, nella sua interezza, come un ritratto del suo proprietario e, allo stesso tempo, come il “ritratto di una nazione”, con la sua cultura, la sua tradizione, la sua storia. La Raccolta, indissolubilmente legata alle vicende artistiche e politiche che hanno contribuito a definire l’identità culturale del nostro Paese negli anni tra le due guerre, offre infatti una panoramica speciale sull’arte italiana della prima metà del Novecento, ricordandoci costantemente quanto sia importante il legame tra individuo e collettività, tra creazione artistica e società.

All’interno del percorso espositivo, la riflessione sul genere della ritrattistica si articola lungo diversi assi concettuali, affiancando categorie tradizionali a proposte meno convenzionali. La narrazione si sviluppa attraverso sette sezioni tematiche – Persone reali, Volti ideali, Pose, Volti nascosti, Ritratti dell’intimità, Ritratti di “genere”, “In Absentia” – riunendo in tutto 35 opere di grandi maestri dell’arte italiana, tra cui Renato Birolli, Massimo Campigli, Felice Casorati, Filippo De Pisis, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Carlo Levi, Mino Maccari, Mario Mafai, Giacomo Manzù, Arturo Martini, Francesco Menzio, Giuseppe Migneco, Giorgio Morandi, Antonietta Raphaël Mafai, Ottone Rosai, Mario Sironi, Scipione (Gino Bonichi). Alcune di queste opere, conservate nei depositi, tornano visibili in formato digitale proprio grazie a questo progetto.


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Persone reali

[…] La strada sgombra / non è una via, solo due mani, un volto, / quelle mani, quel volto, il gesto d’una / vita che non è altra ma se stessa […].
Eugenio Montale

Nel corso dei secoli, la ritrattistica è stata associata alla rappresentazione di persone reali, spesso eternate in opere volte a mettere in evidenza le loro qualità fisiche, sociali, economiche o etiche. Un ritratto può registrare, in realtà, molto di più del semplice aspetto fisico, evidenziando spesso il potere, la ricchezza e l’importanza del modello, colto in una luce favorevole. Nel corso del ventesimo secolo, molti artisti hanno rappresentato persone a loro vicine, appartenenti alla sfera degli affetti privati, come membri della propria famiglia, amici e amanti. Questa sezione intende introdurre proprio questa tipologia di ritratti, dedicati a persone reali, identificate con il proprio nome.

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È questo, ad esempio, il caso dello Studio per il Cardinal Decano (1929) di Scipione, che fa parte di una serie dedicata al cardinale Vannutelli realizzata tra il 1929 e il 1930. Questa figura poteva essere definita “decana” per eccellenza, data la sua venerabile età e le posizioni ricoperte. La sua immagine è stata una fonte primaria di ispirazione per Scipione, la cui pittura si concentra qui sul volto del cardinale, con risultati di grande verosimiglianza. Co-fondatore della cosiddetta Scuola Romana o Scuola di via Cavour insieme a Mario Mafai e Antonietta Raphaël Mafai, Scipione contrastò il formalismo classico promuovendo una visione espressionista e tonale della realtà.

Splendida pittrice, Antonietta Raphaël Mafai è qui rappresentata in qualità di grande scultrice. In questa sezione possiamo infatti vedere il suo Ritratto di Emilio Jesi (1940) e il Ritratto della signora Della Ragione (1940-1945 ca.), due opere che rispecchiano le frequentazioni di quegli anni, quando Antonietta, dopo l’emanazione delle leggi razziali, dovette trasferirsi a Genova insieme alle sue figlie, sapendo che avrebbe potuto contare sul generoso sostegno di Emilio Jesi e di Alberto Della Ragione.

«Nostra madre – dichiarò il fratello di Alberto Della Ragione, Riccardo – non voleva farsi ritrarre; non c’era verso di farla posare. Antonietta fu obbligata a realizzare molti schizzi del volto quasi di nascosto, sorprendendola nei momenti di riposo».

La madre del collezionista fu ritratta anche da Renato Birolli (Ritratto della madre di Alberto Della Ragione, 1954), uno dei principali rappresentanti di Corrente, movimento artistico legato all’omonima rivista pubblicata alla fine degli anni Trenta. Alberto Della Ragione ebbe una stretta relazione con l’artista, che completò questo ritratto dopo la morte della signora Della Ragione, avvenuta nel settembre 1943.

Significativamente, sia in questo dipinto che nella scultura di Raphaël Mafai, possiamo intravedere quanto ricordato da Giulia Mafai, una delle figlie di Antonietta, a proposito di questa figura ormai anziana, seduta in poltrona, il cui volto avrebbe evocato quello di una “tartaruga centenaria”.

Una sorta di verosimiglianza è caratteristica anche del Ritratto di Maruzza (1935) realizzato da Pompeo Borra, che ritrae una delle modelle preferite dell’artista. In questo dipinto possiamo notare i valori volumetrici e l’armonia che contraddistinsero la tradizione moderna del Realismo magico e del Novecento Italiano. 

 


 Volti ideali 

Dietro ai tuoi pensieri ed ai tuoi sentimenti, o fratello, sta un potente dominatore, un sàvio ignoto — che si chiama il proprio essere. Egli abita nel tuo corpo; è il tuo corpo.
Friedrich Nietzsche

Il concetto di idealizzazione si contrappone a quello di natura di un oggetto. Sigmund Freud ha definito questa nozione nel saggio Sul narcisismo come un processo in cui un soggetto ingrandisce ed esalta un oggetto, è un’esagerazione non realistica delle sue qualità positive. L’attribuzione di qualità specifiche implica una rappresentazione soggettiva dei giudizi di valore, sottintendendo inoltre esperienze personali e una particolare visione del mondo. Nel caso delle opere d’arte, il punto di vista dell’artista si può riflettere nella rappresentazione idealizzata di un oggetto-tema. Oltre a lasciar intravedere la dimensione personale degli artisti, esse rivelano gli aspetti sociali, politici ed economici di un dato periodo storico. In una scultura greca, ad esempio, possiamo rintracciare non tanto una rappresentazione obiettiva e naturalistica, quanto la raffigurazione idealizzata di un corpo, resa attraverso la selezione di singoli elementi che compongono un’unità volta a rappresentare l’idea di bellezza. Esaminando quella scultura, ci troveremo di fronte non solo alla visione di un’artista, ma anche ai concetti di bellezza, proporzione e perfezione che emersero nella società greca al momento della sua esecuzione.

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Qual è il volto ideale per un artista italiano dall’inizio del ventesimo secolo? Se un ritratto idealizzato rappresenta non solo la visione degli artisti, ma anche i valori sociali ed estetici di un dato momento storico, quali potrebbero essere le caratteristiche che consentono di definire un soggetto come ideale? 

Volti ideali è una selezione di ritratti che non rappresentano persone specifiche, ma riflettono piuttosto i valori estetici e sociali di un determinato periodo storico: uno scenario caratterizzato da una specifica sperimentazione plastica e teorica e da una varietà di pratiche artistiche. Ne è un importante esempio il dipinto Testa di donna (1932) di Massimo Campigli, che non solo mostra la capacità inventiva dell’artista, ma rivela anche la forte influenza, nella sua opera, del ritorno all’antico – in particolare all’arte etrusca – tipico di quegli anni, evidente nella riproposizione di figure geometriche e arcaiche.

Ritratto di uomo (1938) di Carlo Levi rende invece palpabili le nuove forme di rappresentazione della figura umana. Il ricorso a pennellate sciolte ed espressive rinvia all’espressionismo tedesco e alla probabile influenza che Oskar Kokoschka ebbe su di lui, dimostrando anche l’originalità del suo approccio alla raffigurazione dell’idea di uomo, che si allontana da qualsiasi concetto classico di bellezza e si avvicina a una rappresentazione viscerale che cerca la bellezza in una distorta espressività figurativa.

I nuovi modi di concepire la rappresentazione degli archetipi nel periodo tra le due guerre sembrano diventare sempre più distorti se ci rivolgiamo al concetto di idealizzazione come ad una forma di raffigurazione che esalta alcune qualità, uniche in ogni singola opera d’arte. Questo è, ad esempio, il caso delle pennellate fluide, degli occhi enormi e deformi, delle posture rigide, dei volti inespressivi e della continua scoperta di un nuovo linguaggio che possono essere rintracciati nella Testa di una giovane ragazza (1930) di Mario Mafai, caratterizzato da large pennellate e dall’uso intenso di colori caldi come il rosso e il marrone.

Un altro esempio dell’eterogeneità degli stili è Testa di donna (c. 1933) di Francesco Menzio, che condivide con il ritratto di Mafai il ricorso a pennellate vivaci e forti, rivelando l’interesse per il post-impressionismo francese.

Interessante è inoltre l’approccio di Giacomo Manzù, che in Testa di giovane (1932-1933) apre ad un nuovo corso la ritrattistica tradizionale, ricorrendo a un idealizzato modello neo-etrusco di rappresentazione.


Pose 

[…] intendere, fuori della letteratura, il senso di un gesto, di un volto e della parola, come semplice, poetica libertà.
Carlo Levi

Cosa possiamo trovare in un’opera d’arte che mostra figure immortalate in un gesto sospeso? Qual è il rapporto tra l’artista e il soggetto ritratto, intrappolato in una posa silenziosa e immobile? Queste sono alcune delle domande che possiamo porci quando guardiamo queste opere d’arte. A volte, esse possono evocare dialoghi impossibili; in altri casi, possono far riferimento ad incontri fugaci oppure a lunghe sessioni in studio.

Alcune delle opere più interessanti della collezione Alberto Della Ragione sono incentrate su figure colte in una posa sospesa, facendoci sentire spesso come se fossimo stati introdotti in un ambiente intimo e familiare.

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Le opere che fanno parte di questa sezione illustrano il fascino provato da molti artisti nei confronti di una storia raccontata attraverso i gesti. Possono trasmettere emozioni specifiche e intime, spesso attraverso la rappresentazione di donne solitarie. In molti casi, queste opere possono darci un’idea della condizione femminile nel periodo tra le due guerre, con particolare riferimento a una dimensione domestica e quotidiana. Nell’osservarle, possiamo essere colpiti da uno strano senso di pace, trasmesso da una figura congelata nel tempo. Siamo invitati ad interrogarci su cosa si celi dietro alla posa assorta della modella, a domandarci quali potessero essere i suoi pensieri durante le sedute effettuate per la realizzazione del dipinto.

Oltre a rappresentare identità specifiche e a darci informazioni sulla figura ritratta, l’artista e il contesto di produzione, le figure in posa possono ambire a raccontare una storia ricca e personale attraverso la raffigurazione di gesti quotidiani e atteggiamenti informali. Proprio questa apparente semplicità consente all’osservatore di instaurare un dialogo diretto e empatico con il soggetto ritratto. Questo è il caso, ad esempio, delle rappresentazioni di donne sedute, al centro di Studio per il ritratto (1919) di Felice Casorati e di Donna solitaria (1938) di Virgilio Guidi. In entrambi i dipinti, una giovane donna, tratteggiata con pennellate larghe e sintetiche, viene colta in un interno domestico, avvolta in un’atmosfera malinconica e silenziosa.

Questo è ancor più vero per Donna pensierosa (1928) di Mario Sironi, che traccia, con poche e violente pennellate, la sagoma di una giovane immobile e silenziosa, ricorrendo ad uno stile dalla forte componente espressionista.

L’‘espressionismo’ di Sironi differisce da quello della Giovane donna (1934) di Carlo Levi, in cui il semplice gesto delle mani nei capelli è accentuato dalla linea verde acido che corre lungo la fronte. Le pennellate ondulate racchiudono la figura: bianchi, marroni, grigi, blu creano un vortice di movimento che ci travolge e ci cattura, invitandoci a concentrare la nostra attenzione sulla delicata fissità dello suo sguardo.

Un sentimento di moderna anti-monumentalità caratterizza il dipinto di Carlo Levi, il cui soggetto è molto simile a quello della Paulette (1938) di Lucio Fontana. In quest’opera il grande artista perviene ad una mirabile rappresentazione dell’unità tra pittura e scultura, spesso ricercata nelle proprie ceramiche. In questo caso la modella, immortalata in un vibrante bianco e nero, sembra trasfigurata in una dimensione poetica e onirica.

Volti Nascosti

Ti vogliono convincere a vedere il mio volto e tu sai, perché́ te l’ho detto altre volte, che se tu mi vedrai, non potrai vedermi mai più̀.

Apuleio

Cosa c’è dietro una faccia che si nasconde alla vista? Che tipo di pensieri agitano il modello? E quali agitano l’artista che si relaziona con una persona (un personaggio?) con cui non riesce a stabilire un dialogo visivo? Quale ruolo può svolgere l’osservatore dell’opera d’arte in questa conversazione interrotta e misteriosa?

I cinque dipinti della presente sezione sono carichi di suggestioni e invitano ad immaginare i pensieri che potrebbero nascondersi dietro a questi volti nascosti, spesso appartenenti a provocanti figure femminili in grado di esercitare, in chi le osserva, un grande fascino, invitando al confronto e alla ricerca di un dialogo impossibile. Il mistero di un volto nascosto non può essere risolto con semplicità, ma deve essere considerato ‘semplicemente’ affascinante.

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Il dipinto di Felice Casorati intitolato Nudo (Studio per ‘Meriggio’) (1922), ad esempio, rappresenta un equilibrio perfetto tra sottile e provocatorio, stimolando la curiosità dello spettatore che è portato ad immaginare ciò che non è possibile vedere e ad interrogarsi sul perché l’artista abbia deciso di precludere alla vista le espressioni della propria musa. Quello che possiamo osservare, qui, è solo l’attenta resa dei volumi, che rivela, nella sua immagine ideale del corpo umano, un riferimento originale ad antichi maestri, come Giotto e Piero della Francesca.

Questo nudo femminile è molto diverso da quello ritratto in Ragazza di schiena (1941) da Giuseppe Migneco, la cui pennellata larga e violenta, oltre a lasciar trapelare l’influenza dell’uso del colore di Van Gogh, rivela un senso di ansia e incertezza nel tratteggiare la modella, che sembra trasmettere al contempo un senso di gentilezza e ostilità.

La riscoperta di Van Gogh e Cézanne fu importante anche per Renato Birolli, la cui Donna con un fiore tra i capelli (1942) suggerisce l’interesse dell’artista per l’uso di colori vividi.

Un’intensa cromia caratterizza anche Donna in blu di Virgilio Guidi (1945 ca.). Lo spettatore è qui chiamato a confrontarsi con una superficie vuota: i tratti del volto, forse visti in passato, risultano ormai invisibili. Lo stile dell’artista si è evoluto nel corso degli anni Quaranta, tendendo verso un astrattismo più evidente, come si può evincere dal confronto con il precedente Testa di donna (frammento) (1934 ca.), caratterizzato da uno stile ancora naturalistico, seppur idealizzante. Qui Guidi aveva cercato di infondere un senso di mistero alla composizione, ricorrendo a un ritratto di tre quarti che nasconde alla vista il volto della giovane modella.


Ritratti dell’intimità

Lo scopo dell’arte è quello di rappresentare non l’aspetto esteriore delle cose, ma il loro significato interiore.
Aristotele

Muovendo dalla considerazione che l’intimità può essere definita come vicinanza mentale, emotiva o fisica, la presente sezione intende offrire uno spunto di riflessione intorno alle relazioni che si vengono ad instaurare tra l’artista e il modello, soffermandosi sull’intensità dell’incontro e sull’interpretazione del soggetto da parte degli artisti a partire da questo incontro.

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La rappresentazione di persone che fanno parte della sfera dei propri affetti non è rara nell’epoca moderna e contemporanea. Dipinti e sculture rivelano spesso l’esistenza di stretti rapporti tra l’artista e il soggetto ritratto, offrendo una visione unica della relazione, portata alla luce in intere composizioni o piccoli dettagli. Le cinque opere che compongono questa sezione risalgono al periodo tra le due guerre, durante il quale gli artisti hanno mostrato spesso grande interesse per la sfera più intima e privata. Durante questo ventennio, gli artisti hanno vissuto e creato attraversando una o entrambe le guerre mondiali e hanno avuto la possibilità di confrontarsi con l’evoluzione dei movimenti d’avanguardia, come l’espressionismo e il futurismo, oltre che con l’affermazione del cosiddetto ‘ritorno all’ordine’. Nei propri dipinti, alcuni di loro hanno fatto ricorso a una vasta gamma cromatica, in grado di creare potenti ritratti talvolta caratterizzati anche da colori sgargianti, non naturalistici, per le tonalità della pelle. Questi ritratti mostrano l’essenza più profonda del soggetto, colto a partire dal personalissimo punto di vista dell’artista.

Attualmente viviamo in un’epoca in cui i ritratti sono ovunque, sotto forma di foto e rapidi selfie. Questo mondo di schermi, social media e opinioni popolari può essere pieno di fantasia e frustrazione. Le opere d’arte qui esposte servono a ricordare come questi ritratti dipinti possano mettere in contatto lo spettatore, l’artista o il soggetto con il loro ‘io’ più segreto e nascosto.

In Mia sorella (1921-1922 ca.), ad esempio, il pittore fiorentino Ottone Rosai ci introduce, con alcune pennellate asciutte, in un interno domestico spoglio, dove una giovane donna viene ritratta di tre quarti, silenziosamente seduta, dandoci l’impressione di una scena quotidiana restituita con toni gentili e rispettosi.

Anche Renato Birolli ci mostra la relazione che lo legava alla madre, da cui fu sempre sostenuto. Attraverso questo Ritratto della madre (1940) l’artista ci conduce nel suo mondo più privato con un linguaggio espressionista e anti-retorico – fatto soprattutto di avorio, giallo e verde – che rivela l’influenza di Vincent Van Gogh.

Un’altra donna, la cui identità non viene rivelata, è al centro di uno dei rari dipinti di Arturo Martini, Risveglio (1939-1940 ca.). Qui, il grande scultore rappresenta una donna nuda immortalandola in un gesto quotidiano. Martini ricorre a pennellate veloci e costruttive, dando l’impressione di guardare una scena privata, quasi proibita.

Un’idea diversa di intimità è contenuta nei dipinti di Mario Mafai e Mario Sironi.

Nel suo Autoritratto (1928), Mario Mafai mira a esprimere alcune qualità introspettive, insieme a un vago senso di impotenza e speranza, con accenti lirici. La testa appare appoggiata sulla mano, con una forte accentuazione della linea obliqua del viso, mentre l’occhio, allungato, sembra essere colto attraverso la distorsione di una lente. Nel dipinto riecheggiano gli esempi di Parmigianino e Bosch, ma anche le suggestioni di Chagall e Kokoschka, oltre a una reminiscenza del misticismo coloristico di El Greco.

La figura dell’artista è al centro anche dell’opera Pittore al cavalletto (1928-1931) di Mario Sironi. Il dipinto è caratterizzato da un materiale pittorico ruvido, impiegato da Sironi per mostrarci un artista nello spazio intimo del suo studio, con i suoi strumenti: potrebbe essere lo stesso pittore? O è un’effigie che, pur essendo osservata, ci osserva e ci mette in discussione?


Ritratti di genere

Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.
Luigi Pirandello 

I ritratti presentati in questa sezione non differiscono dagli altri nei loro soggetti. Vediamo studenti, donne, dei pazzi e un capo. Ognuno di loro è un individuo, sebbene rappresenti, in primo luogo, una categoria e uno stereotipo. Le figure ritratte sono molteplici, ma in nessun caso è possibile fare riferimento a nomi o identificativi personali. Bisogna fare affidamento alle scelte formali e alle descrizioni delineate dagli artisti per instaurare un dialogo con le persone e i personaggi ritratti. Sebbene tutte le opere siano state realizzate in Italia tra il 1924 e il 1942, ovvero in un tempo e in uno spazio definiti, sono infatti diversi i mezzi, le emozioni e le tecniche alla base della creazione di ogni singolo lavoro.

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In fondo, possiamo affermare che le opere di questa sezione, così come quelle dell’intera mostra, si offrono a noi come uno studio di relazioni e rappresentazioni: il riferimento è non solo alle relazioni degli artisti con i contesti in cui vivono e i soggetti che scelgono di rappresentare, ma anche al legame tra il titolo di un’opera e i singoli personaggi raffigurati al suo interno, nonché, infine, al rapporto instaurato dall’osservatore con l’opera stessa.

Sia nelle Collegiali (1927-1931 ca.) che nella Cinese (1931-1933 ca.) di Arturo Martini – uno dei maestri della moderna scultura italiana che mostra l’influenza dell’arte etrusca nelle sue figure in terracotta – possiamo ad esempio vedere figure femminili sconosciute, rappresentate attraverso il riscorso a specifiche categorie sociali e culturali, spesso riconducibili a stereotipi.

Altre figure femminili sono al centro di Donne discinte (1940 ca.) di Renato Guttuso, che descrisse la condizione umana indagando spesso temi sociali e politici. In questo dipinto, l’artista invita lo spettatore a cogliere emozioni e pensieri di queste donne – probabilmente tre prostitute – mediante un realismo ‘drammatico’ combinato con uno stile espressionista e diretto.

La ricerca di uno stile espressionista e fortemente comunicativo fu difesa anche da Mino Maccari, che aveva aderito al movimento fascista in una fase molto precoce e lottò per una libera espressione artistica durante tutta la sua vita. Come possiamo vedere nel suo Gerarca (1942), Maccari mise in discussione i principi estetici del fascismo: attraverso una figura in decomposizione, vivacemente colorata, l’artista propone una rappresentazione non convenzionale del leader, di solito tradotto in un’immagine solida e monolitica dalla propaganda fascista ufficiale.

I colori intensi sono simili a quelli usati da Italo Valenti ne I pazzi dell’Isola (1941), dove l’artista appare riflettere sul tema della follia. Il suo stile onirico si riverbera in una composizione intensa, dai colori fortemente contrastanti. Guardando questo dipinto, possiamo porci domande come: chi sono le persone che vediamo? Sono un gruppo di amici? Un gruppo di pittori? Chi sono i pazzi?


In absentia’

Tutti questi oggetti… come dire? M’infastidivano: avrei desiderato che esistessero in maniera meno forte, in modo più secco, più astratto, con più ritegno.
Jean-Paul Sartre

Cosa rimane quando si viene rimossi dalla propria vita? Una collezione di bottiglie? Un cappello a cilindro e una maschera? O forse gli strumenti del mestiere: pennelli sporchi, tele che sono state instancabilmente lavorate, rielaborate e messe da parte per un altro giorno? Una caraffa non finita, una manciata di fiori di campo, un giornale ben letto? O, forse, una strada deserta che era stata attraversata più e più volte?

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Il genere pittorico giustamente chiamato natura morta cattura l’anima del “sé”, la cui presenza assente pervade gli oggetti posseduti. Può quindi essere considerato, a sua volta, come una forma di ritrattistica che cattura gli aspetti immateriali dell’’”io” attraverso oggetti tangibili. Quanto si può imparare sul “sé” attraverso i beni materiali tanto amati quanto trascurati, rappresentati in una natura morta?

Sperimentando la ricerca di segni di vita “In absentia“, potremmo trovare alcuni indizi sull’identità celata nei dipinti. Immergendoci nel dipinto, potremmo sentire le energie residue che contraddistinguono queste collezioni di bottiglie, il cappello a cilindro, i pennelli, i contenitori o una strada vuota.

Considerate la vostra vita “In absentia“. Cosa rimane? Cosa potete imparare su di voi quando venite rimossi dall’immagine? Cosa sono in grado di rivelare la dispersione dei vostri beni o un paesaggio tortuoso sulla vostra vita?

La tranquillità di una natura morta – l’immobilità – può essere uno strumento potente per evocare l’anima del soggetto – la vita – il suo “io”. Questo è ad esempio il caso di Giorgio Morandi, che ha dipinto semplici oggetti di uso quotidiano durante tutta la sua vita. La Natura morta (1923-1924) inclusa in questa sezione, costruita con una luce delicata e colori terrosi, evoca il tono sospeso di una scena metafisica rivelando la profonda ispirazione dell’autore.

In Maschera e cilindro (1940), che fu dipinto a Genova negli anni delle persecuzioni fasciste, anche Mario Mafai riassume un repertorio di oggetti autobiografici e simbolici, catturati in una dimensione senza tempo. Tutti questi elementi, avvolti in un’aura metafisica, rivelano una sorta di nostalgia per la vecchia vita dell’artista a Roma. La composizione è dominata da una tuba, che Mafai indossava sia nelle occasioni formali che nei momenti quotidiani, mentre gli altri oggetti sono un omaggio all’opera e alle origini della moglie, Antonietta Raphaël.

Anche Tele e pennelli (1942) di Filippo De Pisis può essere interpretata come una descrizione intima della vita, del lavoro e degli interessi dell’artista. Una pipa fumante, alcuni pennelli in un barattolo, dei libri affiancati, una bottiglia di vetro, la tavolozza di un pittore, il retro di una tela sono raffigurati su un tavolo con una prospettiva incerta e in uno stile veloce e poetico. Gli oggetti sembrano toccarsi, in un gioco di relazioni, che raccontano il lavoro quotidiano in studio. 

Natura morta col giornale (1943) di Renato Guttuso raccoglie una serie di oggetti che, presi singolarmente, potrebbero narrare una storia diversa da quella che raccontano una volta messi uno accanto all’altro. In questo caso, in particolare, possono dirci qualcosa in più sulla vita di Guttuso a Genova, dove l’artista realizza il dipinto. Gli oggetti ci parlano di guerra e persecuzioni e della lotta dell’artista contro il fascismo, condivisa con Alberto Della Ragione.

Rispetto alla ritrattistica, anche il paesaggio tratteggiato da Ottone Rosai in Via di San Leonardo di giorno (1948) può operare alla stregua di una natura morta, evocando una presenza assente. Il “sé” è, ancora una volta, rimosso dall’immagine, ma ciò che rimane – il paesaggio, la prospettiva, il dipinto – può essere altrettanto accattivante ed eloquente.

Autorizzazioni e concessioni per foto e filmati

POSE E RITRATTI - DALLA COLLEZIONE ALBERTO DELLA RAGIONE 


Mostra promossa da
Comune di Firenze

In collaborazione con
Master of Arts in Museologia, Marist College – Istituto Lorenzo de’ Medici

Direzione artistica e coordinamento scientifico
Sergio Risaliti

A cura di
Eva Francioli

Con la partecipazione degli studenti del Master of Arts in Museologia
Emma Buckingham, Mario Cesareo, Kylie Flynn, Madeline Krema, Isabella Pircio, Carlos Salazar Wagner, Nora V. Zamora

Comunicazione
MUS.E

Fotografie
Fototeca dei Musei Civici Fiorentini

Si ringraziano

Dario Nardella, Sindaco di Firenze
Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura
Matteo Spanò, Presidente MUS.E

Andrea Batistini, Andrea Bianchi, Serena Botti, Mariella Carlotti, Monica Consoli, Gabriella Farsi, Roberto Gabucci, Elisa Gradi, Carla Guarducci, Matteo Innocenti, Antonella Nicola, Cecilia Pappaianni, Silvia Penna, Paolo Sani, Claire Stypulkowski, Lorenzo Valloriani

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