Monte Verità. Back to nature

19.11.2021-10.04.2022

Un viaggio alla ricerca della libertà, in un luogo dove respirare l’utopia vera e sognare un mondo diverso. All’alba del Novecento, la colonia di Monte Verità stanziata fra i boschi rigogliosi e le dolci colline affacciate sul Lago Maggiore ha anticipato in modo profetico temi oggi vitali, fra ecologia dell’abitare ed ecologia dell’anima. I suoi fondatori sono stati pionieri assoluti del vivere bio e dell’eco friendly, della cultura vegetariana e della cura del corpo in senso naturale. Una straordinaria forza di attualità nutre da allora questa storia e questo cammino alle origini di un rapporto rigenerato fra uomo e creato.

Il Museo Novecento, in collaborazione con la Fondazione Monte Verità (Ascona Canton Ticino), presenta la mostra Monte Verità. Back to nature, dedicata alla celebre collina dell’utopia, ai suoi fondatori e agli ospiti illustri che videro nei suoi spazi sospesi nel tempo un buen retiro lontano dal dramma delle guerre e anche dallo scontro ideologico fra capitalismo e comunismo che stava attraversando l’Europa. Culla di un’esistenza impostata su ritmi primigeni, divenne laboratorio di una nuova cultura, una contro-cultura nata in risposta al conformismo borghese e al pensiero dominante, che attrasse pensatori e anarchici, filosofi, teosofi, letterati, artisti e architetti da ogni paese. Tutti insieme, accolti in una terra baciata dal sole, aderirono al modello di vita comunitaria promosso dal movimento tedesco della “Lebensreform,” (riforma della vita).

Curato del direttore del Museo Novecento Sergio Risaliti, con Nicoletta Mongini e Chiara Gatti e organizzata da MUS.E, il progetto ripercorre l’esperienza centenaria di Monte Verità che intreccia destini di intellettuali e maestri del Novecento. Dall’anarchico Bakunin al coreografo ungherese Rudolf von Laban, dal teorico anarco-comunista Pëtr Kropotkin al dadaista Hugo Ball, dalla danzatrice Isadora Duncan al grande scrittore Hermann Hesse; e, ancora, dall’architetto del Bauhaus Walter Gropius agli artisti Hans Arp e Paul Klee, da Carl Gustav Jung fino al curatore Harald Szeemann che, affascinato dalla storia del luogo, gli dedicò nel 1978 una mostra itinerante in Europa dal titolo emblematico “Monte Verità. Le mammelle della verità”.

Germinata dalle costole del romanticismo e dell’anarchismo ottocenteschi, la vocazione dei coloni rappresenta la prima, vera e larvale reazione storica alle conquiste dannose della modernità: industrializzazione e inurbamento, individualismo e sfruttamento, divari sociali, repressione e militarismo. Sullo sfondo di un caotico sviluppo metropolitano, la perdita improvvisa del rapporto diretto con la natura, aveva prodotto quella lunga letteratura della fuga, resa tragica ed epica dalle pagine di Joseph Conrad e di Jack London, dalla Vita nei boschi di Henry David Thoreau e dai dipinti dei Nabis. La cosiddetta “wilderness” di tradizione americana trovò proprio a Monte Verità un corrispettivo di straordinaria portata, precorritrice di una sensibilità contemporanea, di un ragionamento critico anticipatore delle più recenti tensioni fra capitalismo globalizzato e nazionalismo.

Alimentazione vegana, elioterapia e nudismo, ginnastica, danza e meditazione furono le pratiche quotidiane di una comunità che ha ispirato poi, fra i tanti soggetti, anche la nota pellicola del 2018 di Mario Martone, Capri-Revolution, a testimonianza di un interesse diffuso ancora oggi verso gli episodi radicali delle esperienze anarchiche come utopia sociale, sogno pacifista e libertario reso possibile da una “riforma della vita” che parte proprio dalla rigenerazione del corpo e dello spirito in un luogo, come dirà più tardi Ise Gropius, «dove la nostra fronte sfiora il cielo».

Il percorso in tre tappe, diviso fra le origini filosofiche del Monte, lo sviluppo della sua architettura e l’arte della danza, affonda nella memoria di questo paradiso remoto, rievocato da oggetti, testimonianze, plastici, fotografie e opere d’arte. Tutto comincia con la valigia originale di cuoio e cartone dei fondatori giunti da nord e dalla “sedia dei vegetariani” fatta di rami intrecciati e usata dall’anarchico Karl Gräser. Esempi di progettazione bio-climatica, in anticipo sulle attuali esperienze di architettonica green, si trovano nelle immagini e nei modelli della “capanne aria-luce”, costruzioni studiate per ospitare i pazienti dell’antico sanatorio in ambienti semplici ma puri e aperti ai benefici del sole. I menù veggy, i depliant pubblicitari, le foto d’epoca delle occupazioni domestiche vanno di pari passo con le mappe che dimostrano la crescita della colonia e poi il passaggio di proprietà. Dopo l’emigrazione dei fondatori, nel 1920, in Spagna e poi in Brasile, la collina fu infatti acquistata dal barone Eduard von der Heydt che commissionò la realizzazione dell’albergo in stile Bauhaus e accolse i maestri stessi della famosa scuola di progettazione di Weimar. Il percorso contempla arredi usati dall’architetto Fahrenkamp per le camere dell’hotel, compresa la Sedia Wassily disegnata da Marcel Breuer che pure abitò sul Monte, oltre a opere di Hans Arp che, insieme a Marianne von Werefkin, Alexej von Jawlensky e Hans Richter, fu fra i primi artisti a respirarne l’atmosfera.

Altre immagini, oltre a proiezioni gentilmente messe a disposizione dagli Archivi RSI, suoni e abiti di scena, completano la storia di questo cenacolo multidisciplinare, che trovò nella danza una delle espressioni artistiche più praticate grazie alla scuola che Laban creò in loco, raggiunto da allievo come Mary Wigman, la Duncan o la danzatrice gotico-egizia Charlotte Bara che edificò il suo teatro alle pendici del Monte, affidandone la costruzione a un altro architetto dai modi Bauhaus Carl Weidemeyer. Due preziosi abiti di Charlotte, legati alle sue danze sacre dialogano in mostra con scatti e filmati originali delle lezioni di Laban.

Nel corso dell’esposizione sono in programma proiezioni di film, conferenze e presentazioni di libri.