Campo Aperto – Tutto è natura. La fotografia di Luciana Majoni

26 Maggio 2018 – 6 Settembre 2018

Luciana Majoni (Cortina d’Ampezzo, 1947) esplora le plurime sfaccettature della bellezza, con fotografie nelle quali unisce sapienza formale e conoscenza della storia dell’arte.

Grazie ad una puntuale sintesi visiva i lavori dell’artista esaltano particolari inusuali e piccole sensazioni, spaziando dai paesaggi ai ritratti, dalle nature morte a visioni di interni. Anche l’aspetto oggettuale dell’opera viene continuamente interrogato usando differenti tipologie di stampa e formati, fino alle installazioni site-specific, e giocando con il concetto di originalità attraverso l’intervento diretto sul negativo o sulla stampa.

Nella selezione di fotografie presentate al Museo Novecento emerge ciò che muove la sua ricerca fin dagli esordi: il bello, in senso classico, dove l’estetica si unisce ad un’attitudine etica. Majoni cattura e celebra una bellezza vitale e palpitante, che diviene un elemento unificante per l’umanità, il mondo naturale e l’arte: i suoi scatti colgono infatti la croccante leggerezza di un cespo di insalata (Kallimachos, 1, 2004), la tenerezza neoclassica di un volto di donna (Volto, 2, 2004), la monumentalità di un cedro (Natura morta con cedro, 2009), la sfrontatezza negli occhi di una bambina (Alice, 2007). Il percorso espositivo si sofferma sul ritratto, tema che la fotografa affronta a partire dagli anni 1999-2000 con la serie “Volti” e che indaga nel corso del decennio con diverse declinazioni e spunti, dai ritratti più tradizionali alle interpretazioni più liriche. Le immagini si contraddistinguono per un curato bianco e nero dove la figura, e in particolare lo sguardo, emerge dallo sfondo scuro o dal denso effetto flou realizzato con la tecnica dell’aerografo.

L’artista:

Trasferitasi a Firenze nel 1968 per iniziare il corso di studi in pittura presso l’Accademia di Belle Arti (1972-1976), Majoni vive in prima persona il vitale ambiente culturale toscano degli anni Settanta, segnato dal sorgere dell’arte concettuale e da nuove modalità espressive, oltre che dalle fortunate vicende espositive della Galleria Schema di Alberto Moretti (1972-1994) e di Zona non profit art space (1974-1985). Queste esperienze concorrono a plasmare il suo approccio artistico e ne favoriscono l’avvicinamento al mezzo fotografico. Negli stessi anni Majoni incontra i suoi primi maestri, tra i quali Giuseppe Chiari, da cui trae l’aspetto musicale dello scatto; oltre ad apprendere il valore della serialità come forma del divenire nel tempo, come in 20 scatti per 20 minuti (1976) dove le immagini di Venezia, prese da un vaporetto, accompagnano l’osservatore nella notte.

Anche l’arte antica ricopre una valenza fondante nella sua pratica, in particolare dagli anni Ottanta quando diviene riferimento costante e tra i soggetti prediletti del suo obiettivo. Pur essendo in piena stagione post-modernista, Majoni decide di non cimentarsi con l’appropriazione, preferendo piuttosto velate citazioni o tentativi di ridare significato ad opere ormai appiattite dalla loro valenza iconica. La fotografa infatti, nel rapporto con i maestri, si pone spesso come un’ interprete che compartecipa alla creazione donando la sua personale visione, come quando la materia di studio è il David, attraverso cui Majoni dialoga a viso aperto con Michelangelo. Il rapporto con il passato è anche un confronto sulla validità del proprio operato e una strategia per arricchire di sfumature il vocabolario formale: dalle nature morte fiamminghe, alla statuaria neoclassica fino ai primi maestri della fotografia come Edward Steichen e Julia Margaret Cameron, tutto è utile a costruire un lessico fatto di chiaroscuri e guizzi di colore. Basti pensare a Light painting, I, una piccola rosa (2009), in cui si fondono riferimenti a Gerard van Honthorst e a Henri Fantin-Latour, al fine di valorizzare l’aspetto pittorico dell’immagine fotografica.